Il ruolo dei Parchi nella conservazione delle specie contro le nuove malattie infettive

Scienza e ricerca

Vista dal Vei del Bouc sul massiccio del Gelas-Maledia-Clapier | A. Rivelli.

Fermare la perdita continua e preoccupante di biodiversità rappresenta una delle sfide più difficili e ambiziose che le aree protette devono affrontare, sia a livello locale, con la tutela delle specie endemiche e minacciate di estinzione, sia a livello internazionale, mediante reti di collaborazione a diversi livelli e su scala interdisciplinare.

Il tasso di estinzione di specie è stato stimato essere tra 100 e 1000 volte superiore rispetto al passato tanto che i maggiori gruppi tassonomici di piante e animali sono considerati ad alto rischio di scomparsa nell’ordine del 10-15%.

Le ragioni di questo progressivo impoverimento in specie sono numerose e varie e contemplano, tra i responsabili principali, anche l’uomo. La nostra specie, infatti, con le sue attività sottrae suolo fertile e riduce gli habitat naturali delle specie, altera le condizioni climatiche degli ambienti naturali, preleva un numero sempre maggiore di animali e piante selvatiche destinate al consumo o al commercio e, con i suoi spostamenti globalizzati, trasferisce specie esotiche in ambienti di cui queste non ne fanno parte.

Come conseguenza di queste azioni, negli ultimi decenni si è assistito all’incontro improbabile ma, purtroppo, reale tra specie che diversamente non avrebbero mai potuto incontrarsi. Queste situazioni hanno così reso possibile il contatto tra prede e predatori di diversa origine e hanno dato origine a nuove combinazioni di ospiti e patogeni o di vittime e parassiti, con la conseguente comparsa di nuove malattie.

Secondo uno studio pubblicato da Science gli sforzi messi in atto per proteggere la natura e salvaguardare la biodiversità, dal 2010 ad oggi, non sono stati sufficienti. È necessario incoraggiare maggiormente l’istituzione di nuove aree protette, ampliandone le superfici sia in terra che in mare.

Siccome molte malattie infettive che colpiscono l’uomo sono di origine zoonotica (sono trasmesse dagli animali) e si generano dall’interazione tra specie selvatiche, specie domestiche e l’uomo, diviene di fondamentale importanza preservare gli habitat naturali, frenare la diffusione di specie aliene invasive, contrastare l’inquinamento e il cambiamento climatico e limitare al massimo lo spostamento ed il commercio di specie animali e vegetali dai loro luoghi di origine.

Vediamo come il disattendere queste azioni si colleghi alla comparsa e al diffondersi di nuove malattie infettive.

Relativamente alla continua perdita di habitat è stato appurato che le malattie infettive possono rivelarsi particolarmente gravi là dove si assiste a questo fenomeno e dove, di conseguenza, le popolazioni animali e vegetali possono ridursi di numero e frammentarsi nello spazio. Tale frantumazione determina, da una parte, la riduzione delle possibilità di movimento e di espansione degli individui ma, dall’altra, lo scarso spazio a disposizione genera un aumento dei contatti tra gli individui stessi e quindi, una più alta probabilità di diffusione di malattie infettive. Ad esempio, la più grande popolazione di pecore “dalle grandi corna” (Ovis canadensis) in New Mexico (4200 individui nel 1978) si è ridotta a 25 individui nel 1989, e poi a una ultima pecora nel 1997, a causa di una grave epidemia di scabbia psorottica.

Per quanto riguarda la sempre maggiore diffusione di specie aliene invasive introdotte dall’uomo questa dipende, in buona parte, dalla mancanza nelle nuove aree di insediamento dei loro patogeni naturali che, invece, esistono nelle terre di origine e svolgono un ruolo importante nel regolare le popolazioni native.
Nel caso in cui, invece, le specie aliene si insediano in contesti ambientali a loro sconosciuti portandosi dietro anche i loro patogeni (come è accaduto, per esempio, con gli scoiattoli grigi americani che, introdotti in Europa, hanno diffuso il vaiolo dello scoiattolo tra le popolazioni indigene di scoiattoli rossi), ecco che questi ultimi possono minacciare gravemente la fauna e la flora selvatiche di quella particolare regione in cui sono arrivati, determinando un drammatico declino nelle popolazioni native locali, alterandone le dinamiche di comunità e riducendone l’espansione geografica.

L'aumento di interazioni tra l’uomo, le specie domestiche e quelle selvatiche si traducono in una diffusione dei patogeni e dei parassiti tra le varie specie. I contatti fortuiti tra specie differenti consentono infatti a microparassiti come i virus di passare dalle specie domestiche a quelle selvatiche, incrementando il rischio di estinzione di popolazioni di animali già in declino. Il virus del cimurro canino, ad esempio, ha portato a massicci cali nelle popolazioni di molti carnivori selvatici come il licaone, la iena maculata e i furetti. In aggiunta, i grandi allevamenti intensivi possono contribuire al diffondersi del contagio perché gli animali vivono gli uni vicino agli altri, in scarse condizioni igieniche, dove si moltiplicano le occasioni per i patogeni di moltiplicarsi e mutare.
Allo stesso modo, ma in direzione opposta, le malattie infettive possono trasferirsi dalla fauna selvatica a quella domestica, a causa del disboscamento e della distruzione degli ambienti naturali che spingono gli animali selvatici a cercare nuovi spazi dove insediarsi, avvicinandosi sempre più agli agglomerati urbani o alle aree rurali dove si trovano gli allevamenti di animali utili all’uomo.

Il report del 2004 dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) indicava in più di 1500 le specie animali che si pensava si trovassero in pericolo a causa dell’inquinamento. Ad oggi, la maggior parte di esse sono rappresentate da animali acquatici. L’inquinamento da metalli pesanti, pesticidi e erbicidi è, infatti, stato indicato come il maggior responsabile dell’alterazione del sistema immunitario di numerose specie di anfibi e di uccelli e di mammiferi marini. Ecco quindi che il ruolo giocato dalle aree protette e dai modelli educativi attuati da queste sono di fondamentale importanza nell’indirizzare le scelte agricole ed industriali di una determinata regione, verso una direzione più sostenibile e compatibile con le risorse naturali locali.

Gli stessi meccanismi che regolano l’interazione tra ospiti e patogeni animali si ritrovano anche nelle piante. Anche queste, infatti, possono rappresentare una potenziale sorgente di diffusione delle malattie infettive. Le patologie dei vegetali sono spesso indicate come causa di pericolo ma non come rischio di estinzione. Verso alcune di esse che hanno provocato gravi danni alle specie arboree (si pensi al cancro del castagno, alla grafiosi dell’olmo, alla malattia delle querce, …) sono state attuate azioni di lotta biologica e non, determinate a debellarle o, per lo meno, a contenerle. Diversamente, molto meno si sa e si sta facendo per contrastare quelle malattie infettive che sono la causa del ridimensionamento o dell’estinzione di specie vegetali meno comuni e conosciute, come quelle che colpiscono le piante rare e endemiche (ad esempio, il nostro garofanino di montagna, Dianthus pavonius) o che vivono in aree ristrette ed isolate e che, per questo, sono di particolare importanza per la biodiversità e l’equilibrio degli ecosistemi più estremi ma che più fragili e preziosi.

Infine, l’incremento delle temperature su scala micro e macroscopica sta modificando il tasso di sopravvivenza dei patogeni e influenzando in modo pesante l’aggressività e la virulenza delle malattie. Ciò si riflette sull’abbondanza e sulla distribuzione dei patogeni e dei loro vettori e sulle dinamiche che ne regolano i fattori di resistenza. Per fare un esempio, gravi flagelli come la febbre dengue e la malaria è previsto che nei prossimi anni si diffonderanno drammaticamente come conseguenza del riscaldamento climatico, aumentando il tasso di riproduzione del patogeno ed espandendo ulteriormente le aree di presenza delle zanzare che ne sono i principali vettori.

Alla luce di queste gravi problematiche la domanda che sorge è non tanto “se”, ma “quando” una nuova epidemia o peggio, pandemia farà la sua comparsa. Ciò che abbiamo vissuto in questi ultimi anni tra epidemie diverse e la pandemia da Sars Cov-2 sono solo la punta di un iceberg pronto ad impattare contro la specie umana.

In questo senso il ruolo delle aree protette e dei Parchi naturali diventa assolutamente determinante e strategico, sia perché la preservazione di questi territori è fonte inesauribile di conoscenza e di opportunità di monitoraggio di ciò che accade al loro interno, sia in termini di pianificazione e di contrasto a questo rischio, sempre più plausibile.

In tal senso è necessario e urgente che questi Enti considerino il loro ruolo cardine sia nella lotta ai patogeni e alla perdita di biodiversità, sia nella prevenzione all’insorgenza di nuove malattie. Questa presa di consapevolezza si dovrebbe tradurre in un aumento delle collaborazioni tra gli esperti, a livello interdisciplinare, mediante la riduzione delle occasioni di contatto tra la fauna selvatica e gli animali domestici (si pensi alla gestione del pascolo), con il mantenimento delle condizioni inalterate delle interazioni tra le diverse specie selvatiche (predatore-preda, ospite-parassita) e mediante un monitoraggio scientifico continuativo dello stato di salute delle entità animali e vegetali più a rischio. Sono infatti proprio gli endemismi e le loro spesso piccole popolazioni (sovente frammentate) a subire il maggior rischio di impoverimento genetico e, di conseguenza, a manifestare una minore risposta immunitaria e una maggiore suscettibilità a futuri focolai di malattia.

Valentina Carasso
Ricercatrice, collaboratrice delle Aree Protette Alpi Marittime


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Pubblicata il 18/11/2021
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