Capo Verde: un angolo di Africa domestica

Turismo sostenibile

Santiago. Murales a Tarrafal | N. Villani

Capo Verde è uno stato africano formato da un arcipelago di dieci piccole isole in pieno Oceano Atlantico, a cinquecento chilometri dalle coste del Senegal. L’isola più grande, Santiago, non arriva ai 1000 chilometri quadrati (quattro volte l’Elba, tanto per avere un raffronto) e con i suoi 240.000 abitanti ospita quasi la metà della popolazione capoverdiana complessiva. A poche chilometri da Praia, l’attuale capitale, c’è quanto resta della cidade velha, il primo centro abitato dell’intero arcipelago, fondato nella seconda metà del Quattrocento dal navigatore italiano Antonio da Noli, originario non del Savonese, come il nome darebbe a intendere, ma di un paesino a est di Genova.

Ribeira Grande – questa la denominazione dell’antica capitale – fu a lungo il luogo in cui venivano concentrati gli schiavi prima di essere trasferiti verso le Americhe. Per secoli possedimento portoghese, Capo Verde ha ottenuto l’indipendenza nel 1975. L’isolamento geografico, le vicende storiche – oggi il 70% della popolazione è creola, con mescolanza di geni che derivano da etnie africane quali Fula e Mandingo così come da portoghesi, italiani, inglesi – fanno sì che Capo Verde appaia agli occhi di chi proviene dal vecchio continente come un’Africa domestica: senza grandi problemi di sicurezza, relativamente ben organizzata, toccata solo in parte dalle tante contraddizioni tipiche di molti dei paesi africani.
Si soffre, a Capo Verde, ma non si muore di fame. L’economia è basata su un’agricoltura familiare di sussistenza, a livello nazionale le principali voci attive sono rappresentate dalle rimesse degli emigranti (ci sono più capoverdiani sparsi tra Europa e USA che nel paese d’origine) e dal turismo. Quest’ultimo è concentrato in due isole, Sal e Boa Vista, dove i voli charter depositano migliaia di vacanzieri, provenienti soprattutto dal Regno Unito, alla ricerca di sole e belle spiagge di sabbia bianca o dorata. Un’alternativa, nell’ambito delle proposte “tutto incluso”, al classico Mar Rosso.
Le altre isole, con l’eccezione di Maio, che con Sal e Boavista condivide una storia geologica che ha portato all’appiattimento dei rilievi vulcanici che caratterizzano l’arcipelago, sono interessate da flussi turistici piuttosto limitati, con netta prevalenza di visitatori francesi. A Santiago, a Fogo, a Sant’Antao si va per camminare lungo i sentieri che scendono verso l’Oceano, per fare vita di mare nei piccoli centri lungo la costa, alla scoperta di ambienti e panorami mai monotoni.
Sulle tre isole appena citate l’associazione Persone Come Noi, con sede a Busca, ha lanciato il progetto “Sostegno alla microimprenditoria femminile ambientalmente sostenibile nel settore turismo rurale finalizzata alla resilienza dei settori vulnerabili”. Titolo lunghissimo che vuole comprendere tutti gli ambiti su cui è incentrato il piano delle azioni: la componente femminile della popolazione, anello debole sia dal punto di vista sociale che economico, il turismo e il suo sviluppo in aree fino a oggi ai margini dei flussi di visitatori, l’ambiente e la necessità di conservazione del patrimonio naturale, da non compromettere come già avvenuto in altre parti dell’arcipelago.

Persone Come Noi ha coinvolto nel progetto, cofinanziato da AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo), la cattedra Unesco dell’Università di Torino, impegnata in particolare in riferimento alle comunità locali al fine di programmarne attività di rafforzamento, e l’Ente Aree Protette delle Alpi Marittime, in virtù anche e soprattutto della ventennale esperienza nella Carta Europea del Turismo Sostenibile. Tutte le tre isole hanno sul proprio territorio uno o più parchi naturali, con cui l’ente piemontese dovrebbe rapportarsi per individuare gli interventi necessari per valorizzare realtà al momento dotate di scarsa operatività a causa di carenza di fondi e di personale.

Dopo la visita preliminare del febbraio 2020, e dopo il lungo stop imposto nei mesi successivi dalla pandemia, nel novembre di quest’anno Nanni Villani, responsabile del settore turistico dell’Ente e referente della CETS, ha partecipato a una missione programmata per dare nuovo impulso al progetto, le cui attività in realtà non si sono arrestate neppure nel periodo in cui anche a Capo Verde il covid ha fatto sentire i suoi effetti. Grazie infatti alla collaborazione tra l’Università di Torino e la locale Università Jean Piaget, che hanno messo a disposizione alcune stagiste, e agli animatori che coordinano le azioni nelle tre isole, con questionari e interviste sono stati raccolti dati di grande importanza per la pianificazione di interventi che possano essere incisivi senza per altro compromettere gli equilibri attualmente esistenti in comunità piccole e fragili.

Ognuna di queste comunità, alcune raggiungibili solo a piedi, sono state visitate nel corso della missione, che per motivi logistici si è sviluppata su due sole isole, Santiago e Fogo. Inoltre sono stati realizzati incontri con i parchi e con partner locali impegnati nella gestione del territorio e nella formazione. In attesa di completare il quadro con una successiva visita sull’isola di Sant’Antao, con la quale concludere la fase di definizione degli interventi strutturali da effettuare (manutenzione percorsi, allestimento centri visita, realizzazione di punti di ristoro e di sosta), verranno attivati già nei prossimi mesi incontri e corsi per il miglioramento dell’accoglienza.
Il tutto nella speranza che la lotta contro la pandemia abbia definitivo successo e i visitatori possano tornare a frequentare un mondo curioso e stimolante, culturalmente sospeso tra Africa ed Europa.


Pubblicata il 09/12/2021
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