Let’s find some beautiful place to get lost

GrandArte#Help | Mostra fotografica

L'artista Nicola Digirolamo | G. Bernardi.

Sabato 11 giugno alle ore 17, presso il Centro visita del Parco a Terme di Valdieri sarà inaugurata la mostra:

Let’s find some beautiful place to get lost

di Nicola Digirolamo

curata da Enrico Perotto

La mostra sarà visitabile dall’11 giugno al 17 luglio, tutti i giorni dalle ore 10.00 alle ore 13.00 e dalle ore 14 alle ore 18.30.
Per informazioni o prenotazioni visite +39 0171 978616 o +39 0171 1740052
Ingresso libero, nel rispetto della normativa anti Covid.

Si tratta della dodicesima mostra della rassegna provinciale grandArte 2022 – HELP - humanity, ecology, liberty, politics, organizzata in collaborazione con l’Ente Aree Protette Alpi Marittime che si avvale di:
patrocinio del Ministero dei Beni Culturali, della Regione Piemonte, della Provincia di Cuneo e della Città di Cuneo;
contributo di Comune di Cuneo, Fondazione CRC, Fondazione CRT;
sostegno di Intesa SanPaolo, ATL del Cuneese, La Guida, Lannutti logistica e trasporti, ACDA, Armando Group, Wedge Power, Confartigianato Cuneo, Generali assicurazioni Cuneo, Limone Riserva Bianca, Marcopolo, Paneco Ambiente, Intesa Sanpaolo.



“Let’s find some beautiful place to get lost” è un tentativo di recupero di un progetto fotografico a lungo termine sul Regno Unito sviluppato in collaborazione con una galleria di Liverpool contemporaneamente al nascente dibattito sulla Brexit negli anni precedenti al referendum del 2016 ed interrotto nel 2020 a causa delle restrizioni sui viaggi legate alla pandemia da Covid-19.

Parte dei mesi in cui non siamo stati da nessuna parte sono stati quindi dedicati alla messa a fuoco della chiave di lettura su quanto prodotto fino a quel momento.
L’impressione finale è quella di uno sguardo sui sentimenti di disinteresse collettivo verso qualcosa di intorbidito ed incarognito.

A margine di questa impostazione, è lecito domandarsi cosa lega un luogo eletto a centro visite di un Parco di respiro Europeo quale il Parco delle Alpi Marittime con il contiguo Parc national du Mercantour ad un paese relativamente lontano che ha voluto riappropriarsi forzatamente, iniquamente e democraticamente del proprio destino.

Un filo sottile c’è, esiste.

Per quanto curioso, i primi esploratori delle Alpi Marittime, le meno conosciute di tutto l’arco alpino fino ad inizio 900, venivano da oltremanica: Douglas William Freshfield e William August Brevoort Coolidge su tutti.
Benestanti sudditi di sua maestà, al pari dell’esercito della corona, facevano parte della nutrita schiera di esploratori e conquistatori che l’Inghilterra imperialista portava avanti su scala mondiale.
Se il primo, suo malgrado, nel 1878 ha raggiunto per sbaglio una cima differente da quella che aveva programmato di scalare (Cima di Nasta anziché il Monte Argentera), l’anno successivo il secondo riesce a scalare quattro cime in un solo giorno (Monte Stella, Gelas, Cima Nord e Cima Sud dell’Argentera) dando così il via ad un’epopea che ha iniziato gradualmente a coinvolgere prima gli scalatori della benestante avventurosa ed appassionata borghesia germanica e poi quella italiana fino ad arrivare ai giorni nostri dove esiste e resiste un sentimento di godimento della montagna che procede di pari passo con l’uso e consumo dell’ambiente imposto dal modello sociale che abbiamo scelto di vivere.
Dall’epopea della scoperta di quei giorni all’avventura quotidiana di oggi che elude una riflessione condivisa tra linguaggio e paesaggio è un attimo, un esito piuttosto strano e malinconico per qualcosa da reinventare con una attenta riflessione sulla sostenibilità del turismo mordi e fuggi.

Una mostra apparentemente sui generis sul paese dei primi scalatori delle Alpi Marittime si configura quindi come un omaggio alla loro intraprendenza, al viaggio da un luogo pressoché privo di rilievi ad uno che, con rare eccezioni, fatica a farne un’autentica risorsa, da nord a sud.
E come in queste valli c’è qualcosa che ci è familiare e che riconosciamo ad ogni gita, anche in Gran Bretagna c’è quasi sempre una collina, un castello, un particolare di un edificio o della lontana rivoluzione industriale che risultano subito familiari a chi la conosce, un ring dove è un tutti contro tutti: scozzesi contro inglesi, unionisti contro nazionalisti nell’Ulster, gallesi di ceppo celtico contro inglesi.
Un corollario di reticenza dove permangono tracce di un passato che non esiste più, pervaso da un delicato senso di abbandono che ha incendiato i dibattiti e che, con l’esito referendario, prelude qualcosa di grande ma futile: la realizzazione di uno stato d’animo idealizzato cui occorre iniziare a dare nuova forma.

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Lo sguardo fotografico in bianco e nero di Nicola Digirolamo è nello stesso tempo selettivo, intuitivo ed esplorativo: sa descrivere con nitidezza di particolari le scene urbane, suburbane e naturali, puntellandole di elementi architettonici sapientemente tinteggiati di ombre lunghe e nette a contrasto con i tagli a punta di coltello dei piani guizzanti di luci. Le presenze umane, se rilevate, sono perlopiù minime, con un ruolo spontaneo di contrappesi visivi o di scoperti repoussoir che guidano l’occhio dell’osservatore all’interno dello spazio dell’immagine. Solo in South Queensferry, siamo come tuffati nella mischia dei corpi sudanti e vocianti del popolo britannico favorevole all’”exit” dall’UE. Nel complesso, siamo di fronte a soggetti fotografati nella loro fredda e distaccata quotidianità, senza indugiare in nessuna spettacolarizzazione, talvolta intonati a un evidente sense of humour, oppure avvolti da silenzio e solitudine, o ancora inseriti in atmosfere livide e sospese in uno stato di assenza di rapporti umani. A osservarli con attenzione, si resta di certo un po’ sgomenti, con in bocca un gusto amaro di nebbia e una voglia matta di rivalsa nei confronti del vuoto e dell’abbandono che sono entrati nei nostri occhi. Il punto di vista di Nicola, sempre preciso e accorto a cogliere la profondità prospettica, ci restituisce comunque un’interpretazione nello stesso tempo oggettiva e vitale, in grado di recuperare i tempi più lenti della contemplazione, in ossequio anche al detto di Saul Leiter, per il quale il “dono di un fotografo per lo spettatore a volte è la bellezza nell’ordinario trascurato”.

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In occasione dell’inaugurazione porterà i propri saluti il presidente dell’Ente di gestione delle Aree Protette Alpi Marittime Piermario Giordano.

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Nicola Digirolamo (Gioia del Colle, 1976), studi tecnici e di architettura, grafico dipendente, fotografo indipendente, vive e lavora a Cuneo.
“Credo che la volontà di dare un’interpretazione personale all’osservazione di persone o cose sia germogliata in me da giovanissimo osservando i cambiamenti del paesaggio italiano durante le innumerevoli traversate in treno od in auto lungo l’Adriatico. Paesaggio, mare, campagna e tradizioni che non ritrovavo nel cuneese, quindi, mi han sempre rimandato alla bellezza idealizzata di qualcosa di straordinario e sfortunato che ho custodito gelosamente nella mente senza però mai riuscire a rendere questa memoria concreta, tangibile e fruibile.
Anni dopo, forse già troppo tardi nel percorso formativo, durante i trascorsi al Politecnico di Torino, sono rimasto colpito dai superbi lavori fotografici di Gabriele Basilico prima e dalla scoperta della poetica di Harry Callahan e Saul Leiter poi. Tra le righe della loro produzione ho trovato una base cui appendermi per provare a dare forma al mio sentire: li ho interpretati come eredi di quel tipo di fotografia del periodo prebellico in cui c’è un grande uso della luce e dell’oscurità e che ritroviamo stilisticamente nelle immagini riprodotte sulle vecchie enciclopedie che, ricordo, osservavo per ore.
Nasce così il mio interesse verso il mezzo espressivo fotografico.
Sono arrivate così una prima attrezzatura fotografica ed una prima affannosa sperimentazione sul campo, cresciuta e cambiata nel corso del tempo tra ritualità comandate o quotidiane assieme ad idee del tutto personali sul sublime nel paesaggio naturale, nel paesaggio antropico ed in quello dell’animo umano.
Un primo impiego in campo pubblicitario a stretto contatto con fotografi di diversa formazione ha affinato la mia volontà di fare scuola e perseguire solo progetti di ricerca a lungo termine con l’esclusivo uso del bianco e nero analogico.
Questo aspetto, credo possa essere importante nella chiave di lettura dei lavori che propongo, la sottrazione del colore e la ricerca di un’epica, il costante desiderio di semplificare la complessità del tempo e dei sentimenti che viviamo giorno dopo giorno. Mi piace l’idea di fotografia come avventura”.

La sua attività espositiva in Italia, un po’ ad intermittenza, si è accompagnata alla partecipazione a importanti rassegne e mostre personali anche all’estero:
Proteggimi da quello che voglio (Cuneo, 2003), La mia città non è la mia città (Sammichele di Bari, 1975), …e se urlassi in silenzio? (Torino, 2006), A-lice in wonderland (Roma, 2007), Le ombre dolci -Voyage sentimental au coeur de la Pouille- (Parigi, 2009), Libreria mediterranea (Atene, 2009), Ars in vinum (Castello di Barbaresco, 2009), Art in cooking (Fiumicino – Roma -, 2009), Viaggio al Belgio (Torino 2011) cui è seguita la lavorazione di un docufilm di Mattia Napoli con il medesimo titolo nel 2017, El perro de San Roque no tiene rabo (Santander, 2017), The grieved mother (Sofia, 2019).


Pubblicata il 01/06/2022
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